Camminare
11 Maggio 2009
Camminare
pigramente
verso
la
foce
del
fiume,
con
le
tuniche
che
sfiorano
la
sabbia
e
le
parole
del
Maestro
che
risuonano
nella
testa
vuota.
Sorridi!
6 Marzo 2009
Non sorrido più. Con sincerità, intendo. Ho quasi quarant’anni. Sprofondo come in una schifosa fanghiglia tutta uguale, tutto sfugge, mi sembra di non poter mettere i piedi su niente di solido. Proprio in questi giorni mi capita sotto gli occhi una vecchia fotografia.
Sono io? La guardo e riguardo e non mi ci riconosco proprio, anche se mi dicono che è stata fatta quando avevo sette anni ed ero in Grecia con mio padre.
E’ un ragazzino biondo e sorride nel sole, con addosso una maglietta a strisce rosse orizzontali. Sono un po’ arrossato, devo essermi scottato. Non si vedono i piedi, ma improvvisamente mi ricordo che potrebbero essere delle infradito di gomma blu. O forse delle ciabatte anatomiche? O magari degli zoccoli di legno, con cui sto inerpicandomi in una zona di scogli aguzzi dietro mio padre, che è in cerca di un tratto di mare stupendo, turchese e cristallino, che gli è stato descritto. Intorno solo silenzio e sopra un cielo azzurro e altissimo. Poggio la pianta degli zoccoli sulle punte acuminate di scoglio, piuttosto che cercare di centrare le conche piene di alghe stagnanti, scivolose e cedevoli.
Mio padre procede davanti, sempre alla stessa distanza. Non lo guardo neanche, penso solo a mettere un passo avanti all’altro. Ovunque scogli neri e certamente, da qualche parte, il mare che profuma l’aria. Salto da uno scoglio all’altro, concentrandomi sugli spuntoni per non mancarli, non ricordo più che direzione devo seguire. Alzo gli occhi e non vedo più mio padre.
Aumento la velocità, col fiato corto ma senza perdere la concentrazione. Barcollo avanti, poi di lato. Avanzo sempre più freneticamente.
Non mi sento più i piedi dalla fatica che mi sale nelle gambe.
Non ce la faccio più ma non posso fermarmi, ho una paura atroce di essermi perso. Poi ecco mio padre: è lì di fronte e mi guarda. Si scioglie un nodo. Lui punta una macchina fotografica e dice: “Il sole è alle spalle, sorridi!”. E poi: “Cos’è quella faccia? Sorridi”.
E io non riesco a capire che tipo di espressione vuole questo pittore. Non so più da quant’è che poso in questo studio. Il tempo passa e il ritratto non mi assomiglia per niente, così mi pare. Mi si dice che questo sorriso mi renderà immortale, ma mi sento solo stanca e vuota.
Di sorridere non ho voglia per niente.
La colpa
27 Febbraio 2009
– Ahia!
– Oh, mi scusi. Mi dispiace.
– Sì, mi dispiace, mi dispiace…
– Non l’ho fatto apposta.
– Non poteva stare attento?
– Ma sono stato attento.
– Ma se mi ha pestato un piede…
– Lo so, e ne sono mortificato. Ma non è stato di proposito.
– Insomma stia più attento.
– Ce la metto tutta, glielo giuro.
– Ma che vuoi, che ti ringrazi? Ma crepa.
– Non l’avevo proprio vista.
– Che vuoi ancora?
– Non mi può perdonare?
– Ma sì, sì. Vai, vai.
– No, lei è arrabbiato.
– Allora te ne vai o no? Sparisci.
– Sono innocente. Perché devo essere condannato a questa colpa?
– Ma che vuoi? Levati dalle palle.
L’uomo urtato si ingigantisce sempre di più, fino a essere schiacciato dalle pareti del tram.
Il dirigente
19 Febbraio 2009
– Posso?
– Prego?
– Le spiace se la disturbo un momento?
– Come mai di là l’hanno fatta passare?
– Non so. Non c’era nessuno.
– Ah.
– Disturbo?
– Di cosa aveva bisogno?
– Stava facendo qualcosa di importante?
– Mi dice cosa le serve, per favore?
– Non le faccio perdere troppo tempo…
– Bene. Dunque?
– Vedo che ha molto da fare.
– Infatti. Ma visto che ci siamo…
– Ah ah! Già: visto che ormai sono qua…
– Senta, sia gentile: io faccio volentieri una pausa ma lei si decida a dire cosa le occorre, se non le dispiace.
– Ah sì, scusi. Ecco qua.
– Ecco. Sentiamo un po’ che cosa…
– Che cosa?
– Eh?
– Stava dicendo qualcosa?
– Ma che dice?
– Ha lasciato in sospeso la frase.
– Veniamo al dunque. Vuole?
– Niente.
– Niente?
– Niente.
– Come niente?
– Niente.
L’ufficio si trasforma in un imbuto. I due scivolano verso il centro e spariscono nel buco.
Sorpresa!
12 Febbraio 2009
Si spalanca la porta e il tizio si precipita dentro.
– Sorpresa!
– No! Ancora! Non è possibile!
– Eh? Che c’è?
– Come che c’è? eh no: allora lo fai apposta!
– Stai dando i numeri?
– Scherzi, spero.
– Mi dici che sta succedendo?
– Succede che tu continui a entrare qui e io continuo a ripeterti che vorrei finire di leggere questa pagina in pace.
– Guarda che è la prima volta che metto piede qui dentro. Almeno che io sappia è un bel po’ che non ci si vede. O sbaglio?
– Ma come… ma prima…
– Ok, la visita non è gradita, pare. Ma vuoi darmi anche del pazzo? O del bugiardo?
– No, questo no, no… Vuoi dire che mi sono confuso io? Ero troppo preso dalla lettura? Non so che pensare.
– Va bè, comunque ti lascio finire. Bastava dirlo.
– Ma no, dove vai adesso?
– Tranquillo. Leggi.
– Ok… a dopo.
– Ciao.
– Ciao. E scusa ancora. Non so cosa m’ha preso. Non volevo offenderti.
– Ma figurati. A dopo.
Si chiude la porta.
Si spalanca la porta e il tizio si precipita dentro.
– Sorpresa!
Età
10 Febbraio 2009
Il ragazzino è davanti alla porta chiusa.
Allora!
Dài! Sbrigati!
Guarda che glielo dico alla mamma che ti trucchi per andare a scuola…
Non mi va di entrare di nuovo in ritardo per colpa tua!
ALLORA!
Dalla porta esce una signora anziana.
– Un momento, un momento… Santo Dio, che fretta!
– E lei chi è? Dov’è mia sorella?
– Oh no. Ancora… (alza gli occhi)
– Che c’è, mi scusi?
– Oh povero fratello mio…
– Fratello? E lei sarebbe Eva? Ma quanti anni ha?
– Quanti anni ho? Due meno di te: ottantatré
– Io ho ottantacinque anni…?
In effetti il ragazzino non è un ragazzino ma un signore anziano.
– …Già… E’ vero. Ma sì. Ora ricordo.
– Ascoltami bene. Stavolta si fa come dico io. Domani voglio sentire ancora il dottore.
– Ma no… no. Adesso sto bene. Davvero. Mi ero distratto… non so… mi sono confuso. Solo un attimo. Mentre eri in bagno.
– Quanto sono stata in bagno?
– Mah, non so. Dieci minuti.
– E ALLORA CHE HAI DA LAMENTARTI SEMPRE?
In effetti la signora anziana non è una signora anziana ma una ragazzina e il signore anziano non è un signore anziano ma un ragazzino.
– Per DIECI minuti! Ma guarda te! La devi smettere di stressarmi, hai capito? Ma tu guarda che roba.
…
– E poi rilassati! Sembri un vecchio.
Ore
6 Febbraio 2009
Avevamo organizzato la serata al minuto:
rientriamo;
lei si precipita in cucina a scaldare la cena, io sposto il tavolino davanti al televisore;
lei stende i copridivani, io apparecchio il tavolino;
lei porta la cena sul tavolino, io chiudo tutte le tapparelle;
lei apre il vino, io infilo il DVD nel lettore;
io verso il vino… ne faccio cadere un po’ per terra;
lei con una smorfia si catapulta in bagno a prendere lo straccio;
io seleziono la lingua nel menu del DVD, lei asciuga il pavimento bagnato;
io premo il tasto play scusandomi del contrattempo, lei mi dice di non preoccuparmi.
Ma quando compare il titolo mi accorgo che lei dorme già da diverse ore.
Ah. Sei ancora qui?
26 Gennaio 2009
Mi sveglio e il tizio mi sta fissando.
– Ah. Sei ancora qui?
– E dove dovrei essere?
– E… non te ne vai?
– Non vedo perché. E dove poi?
– Ma chi sei? Da dove vieni? Che vuoi da me?
– In che senso?
– E’ casa mia. Vattene. E poi smettila di guardarmi. Non ne posso più. Mi stai appestando l’esistenza.
– Uei che paroloni! E comunque non mi hai convinto per niente.
– Adesso basta!
– Ma sentilo, siamo ai toni categorici. T’ho già detto che non mi convinci.
– Sei pazzo.
– Bravo, bravo… insultami pure. Ma chi te la dà tutta questa confidenza?
– Insomma smettila di fissarmi. E soprattutto esci da casa mia!
– Bello mio, guarda che mica mi diverto. Qualcosa di meglio da fare ce l’avrei pure. Che credi, di esserci solo tu al mondo? Sei un egocentrico, è questo il tuo problema. Riflettici bene.
– Ti prego, smettila. Non ce la faccio più.
– Ecco, questo sì: sei molto stanco. Hai bisogno di rilassarti. Perché non ti riposi un po’?
– Ma io voglio stare da solo.
– Ah ma allora mi devo INCAZZARE! EH? E’ QUESTO CHE VUOI?
– Calmati, va bene… calmati…
– Dove la trovo la pazienza per sopportarti non lo so… Ecco, bravo, sistemati sotto le coperte. Così. (dolcemente) Stai tranquillo adesso… Riposa… Ti guardo io, non preoccuparti.
Mi sveglio e il tizio mi sta fissando.
– Ah. Sei ancora qui?
Perfezione
22 Gennaio 2009
Al centro della tavola i bicchieri e il vassoio luccicano sotto il lampadario. La mosca si posa ancora vicino alle tartine col salmone. Da tempo non mangia e l’odore del cibo la tortura, ma una mano la allontana con un movimento nervoso senza mai darle il tempo di avvicinarsi. La mosca vola verso una finestra e rimbalza contro il vetro chiuso sulla sera. Poi volteggia oziosamente al centro della stanza per alcuni secondi sotto il lampadario e nel calore della luce violenta di nuovo è invasa da quella sensazione già conosciuta…
Un’impressione così strana e intensa. Che fa impallidire perfino la fame.
La mosca torna in sé e si posa senza uno scopo preciso sull’avambraccio di una donna, sopra l’orologio. Fa alcuni passi in direzione di un odore che parla di cibo, poi di nuovo viene scacciata e di nuovo torna a descrivere pigre evoluzioni nel vuoto. Ed ecco ancora il calore della luce elettrica…
Ancora quell’emozione: un’inspiegabile ansia, un anonimo struggimento dell’anima che entra a vampate negli occhi e nel corpo.
Questa volta non è possibile distrarsene e la mosca vola più in alto, sempre più su, sulle tracce di quelle sensazioni indefinibili, finché si ritrova vicino al lampadario. E’ una struttura leggermente concava, sembra una lente a contatto satinata sospesa a un fil di ferro. Il bordo di vetro è separato dal muro da pochi centimetri. La mosca si posa sull’orlo caldo ed entra cautamente in quel paesaggio bianco.
Intorno a me tutto è luce e appagamento. Cammino come in sogno in un paesaggio impregnato di calore, la voce del corpo si spegne. Guardo senza vedere resti di mosche e di altri insetti consumarsi ovunque nell’aria rovente, descrivendo piccole ombre che implodono in un biancore che abbaglia. È impossibile provare orrore: questa luce ha spogliato i resti essiccati dei miei simili di qualsiasi realtà. Alle mie spalle il tempo rotola liquido e muore su una battigia lontana. Calpesto una sabbia di ceneri sempre più fitte e una beatitudine accecante mi satura tutti i sensi. La ragione, se c’era, è un’illusione dimenticata e io mi avvio irresistibilmente verso la sorgente della perfezione.
E la mosca frigge sulla lampadina accesa.
Teoria dell’infelicità sostenibile
21 Gennaio 2009
L’idea è: la condizione di ognuno è una specie di linea orizzontale più o meno increspata da picchi in su e cadute in giù, come il grafico di un suono.
Ogni picco (un momento felice) è compensato da un’analoga voragine (un momento infelice) o da una somma di fosse e fossette che pareggiano la salita. O viceversa.
I vari momenti non sono necessariamente vicini, ma necessariamente, prima o poi, tutti si equilibrano.
A qualcuno toccano tante piccole punte sopra e sotto, ad altri magari un paio di montagne e di abissi.
Ora: per ciascuno la media, la linea orizzontale, è posta appena al di sopra del livello per lui insostenibile. Se l’infelicità media fosse minimamente peggiore sarebbe impossibile vivere.